(Curiosità) Come proteggere la scienza (con la S maiuscola) ai tempi dei social media e delle fake news

 

Separare la scienza dalla finzione, quando non dalla ‘fantascienza’ sta diventando un esercizio sempre più in voga tra medici e vestali della medicina. Anche JAMA, questa settimana, pubblica un ‘punto di vista’ dedicato a questo argomento sempre più scottante.  Anche perché le prime vittime delle fake news sono naturalmente i pazienti.
 
Se una volta i ricercatori ‘ortodossi’ potevano accontentarsi di pubblicare le loro ricerche su una rivista scientifica, oggi devono anche cercare di difenderle dagli attacchi e dalle informazioni fuorvianti, messe in giro da non addetti ai lavori, che hanno però spesso un gran seguito sui social media. E i social media, è noto, hanno delle regole molto peculiari. Sono per definizione ‘democratici’, nel senso che ognuno (addetto ai lavori o ignorante totale) può esprimere liberamente la sua opinione in questa ‘piazza’ virtuale e le sfide si vincono in genere non a colpi di verità, ma in base al numero dei follower e dei like.
 
Una pletora di informazioni non certificate
Il primo è rappresentato paradossalmente dai costi sempre più in picchiata della pubblicazione delle informazioni. Quando presentare informazioni al pubblico era un esercizio costoso, la comunicazione proveniva sono da fonti autorevoli, quali enti governativi o da gruppi privati che disponevano di grandi risorse. La comunicazione scientifica è soggetta ad un processo di peer review e a nessuna rivista scientifica conviene pubblicare ricerche facilmente smentibili e che andrebbero quindi incontro all’onta della retraction. Per contro, oggi chiunque, a costo zero, può pubblicare qualsiasi cosa su Twitter o su Facebook, raggiungendo in men che non si dica un pubblico di milioni di persone, anche in contrasto con le fonti certificate e autorevoli.
 
Come si creano le opinioni nelle echo chamber. A nostra insaputa
Un secondo aspetto è la capacità di selezionare l’informazione. Quando il pubblico era quello di un quotidiano locale o di una radio privata, tutti ascoltavano la stessa cosa. Oggi, la spinta a favorire le informazioni che confermano conoscenze precedenti (il cosiddetto ‘confirmation bias’), accoppiata alla nuova abilità di filtrare quelle alternative, crea la echo chamber (la ‘camera dell’eco’ è metaforicamente quella condizione nella quale le credenze si rafforzano o si amplificano a forza di sentirle ripetere) dei media contemporanei. A questo proposito, gli autori fanno l’esempio di una serie di account Twitter, che erano probabilmente dei robot (i cosiddetti ‘bot’, falsi account creati appositamente da alcune applicazioni per aumentare il numero di follower e di ‘like’), che sono riusciti a generare online dei sentimenti bonari nei confronti dell’uso delle e-cigarette.
 
Fake news come strumento di informazioni (devianti)
L’ultimo punto analizzato dagli esperti  è che l’assoluta ubiquità della cattiva informazione ha di fatto creato uno strumento per perpetuarla. Chi si oppone ad un determinato contenuto o ad un certo messaggio non deve far altro che marchiarlo come ‘fake news’ e invocare il sospetto di un complotto. “La cattiva informazione – affermano gli autori – non ha limiti e può essere strategicamente disegnata per diffonderla”. L’esempio in questo caso è quello delle false informazioni sulla pandemia di virus Zika che hanno avuto moto più seguito dei post accurati.
 
I social media insomma hanno una spiccata e inedita capacità di infiammare gli animi e di esercitare un’influenza (non a caso chi ha moltifollower viene chiamato ‘influencer’). Se possono essere usati ad alti livelli per spostare i voti nel corso delle elezioni presidenziali americane, figuriamoci cosa possono fare nel campo della scienza e delle informazioni sulla salute.
 
Quali soluzioni contro le informazioni ‘fake’?
Cosa possono fare dunque scienziati e istituzioni per anticipare e rispondere a queste minacce all’informazione scientifica?

  • Provenienza. Smascherare identità e motivazioni dei gruppi che utilizzano i media per diffondere false informazioni. La contromisura più immediata alla cattiva informazione è quella di accreditare le informazioni derivanti da fonti autorevoli (es. riviste scientifiche con il loro peer review e la dichiarazione del conflitto di interessi) e di discreditare quelle che non provengono da queste fonti. E qui gli autori non risparmiano una sonora critica ai fautori dell’abolizione del meccanismo del peer review che, in nome della ‘velocità’ della pubblicazione, andrebbe a scardinare uno dei baluardi più efficaci contro la cattiva scienza.
  • Engagement. L’impegno degli scienziati sui social media è importante ma incompleto. Gli sforzi non coordinati di singoli uomini di scienza non potranno mai averla vinta contro ‘flotte di robot’, capaci di raggiungere milioni di utenti e di generare più attività di qualsiasi scienziato, con appena qualche migliaio di follower. Secondo gli autori ciò che servirebbe davvero è una campagna sulle piattaforme utilizzate dai pazienti. E magari utilizzare le fake news come case history, come libri di testo per chiarire i risultati scientifici. La strategia più efficace è quella di ‘smontare’ chi diffonde false informazioni.
  • Trasparenza. Uno degli elementi che rende così potente la cattiva informazione è che riesce a raggiungere il pubblico più recettivo a questo genere di informazione. Il precision marketing è l’equivalente sui social media della ‘medicina di precisione’ al letto del malato, insomma. Quando si condividono online informazioni sul proprio stato di salute, sui farmaci assunti, sulla dieta seguita, sulla propria anamnesi, si mettono a disposizione ‘tracce digitali’ sufficienti per profilarci come target.
  • Narrativa. Le storie personali ricche di pathos di certo sono molto più di impatto rispetto alla tabella di uno studio scientifico e “magari – scrivono gli autori – gli aneddoti evocativi non sono necessariamente più emotivamente persuasivi dei dati sistematici, ma i dati spesso smorzano l’appeal emotivo anziché rafforzarlo”.
  • Reputation. I social media stanno ‘asfaltando’ la comunicazione peer-reviewed, nella misura in cui alcuni ricercatori cominciano a interessarsi meno del loro citation index (che si costruisce in anni di lavoro) e più dell’attività sul loro account Twitter (che si può far esplodere nell’arco di qualche ora). Alcune riviste scientifiche hanno cominciato ad utilizzare (e a presentare sulla loro pagina, accanto ad un articolo) degli aggregatori di link come Altmetric che tengono il conto di quanti Tweet ha ricevuto un determinato articolo.

 

FONTE: Quotidianosanità.it

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