Buone prassi, presidente Sgubin: "Necessario sperimentare e contaminare"

Le buone prassi nei servizi di assistenza e nei modelli manageriali in Italia ci sono, e sono molte. Si tratta di riconoscerle, condividerle, comunicarle e permettere che vengano “esportate” in altre realtà. Ansdipp, associazione dei manager del sociale e del sociosanitario, ne è convinta e da tempo si impegna per diffondere ciò che di buono è presente nel territorio nazionale. In questa intervista il presidente Sergio Sgubin fa il punto sulla situazione attuale e sulle possibilità di incremento delle best practice.

Presidente Sgubin, qual è la situazione attuale sul fronte delle buone prassi?

“Dal mio punto di vista la prima cosa evidente è che anche in Italia ci sono modi diversi di operare a seconda delle regioni in cui ci si trova. È innegabile infatti che alcune realtà sono più  virtuose di altre perchè trovano un terreno più favorevole di normative, evoluzione dei sistemi più avanzati, controlli maggiori. Tuttavia, alcuni concetti base relativi alle buone prassi sono estendibili in tutto il territorio. È chiaro che c’è molto da lavorare perchè possono essere esperienze sporadiche, a macchia di leopardo, che dovrebbero essere caratterizzate da una maggiore divulgazione e contaminazione. Questo è ciò di cui c’è carenza.

A onor del vero, anche i manager o i direttori non sempre sono in prima linea a portare avanti queste buone prassi, magari perché soffocati dai carichi di lavoro che gli impediscono di ascoltare come vorrebbero e dovrebbero i bisogni delle persone. Questa azione invece dovrebbe essere centrale, irrinunciabile. Si dovrebbe andare alla radice del bisogno e rimettere gli utenti, ma anche il personale delle strutture, al centro. Si tratta di capovolgere  il punto di vista tradizionale: è l’organizzazione che si adatta, per quanto possibile, alle esigenze personali degli assistiti, e non viceversa. Invece capita spesso che le persone debbano subire l’organizzazione funzionale della struttura. Per fare questo ci vuole sforzo e fatica, certo. È un lavoro complesso, che va dalla selezione del personale alla ricerca di motivazioni, dal riconoscimento delle persone a un lavoro costante e di qualità generale”.

È un nuovo modo di intendere il proprio lavoro dunque.

“Si. Riguarda un approccio nuovo e diverso, che consideri i bisogni dell’utenza, come detto, ma anche del personale, e che coinvolga il territorio e i volontari. È un lavoro sferico e non solo amministrativo”.

Come si può arrivare a questo traguardo?

“Ci deve essere una mentalità etica per comprendere di cosa necessitano le persone, per fare la differenza. Da qui poi si passerà al coinvolgimento di altre strutture e in questo un ruolo fondamentale lo assume la comunicazione. Comunicare bene, oltre ad essere un lavoro di grande sensibilità e managerialità, è un elemento indispensabile per rendere attrattive le proposte e richiamare interesse attorno a queste”.

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